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Scienziati del Massachusetts Institute of Technology (MIT), Usa, hanno proposto alla Nasa la costruzione di un grande radio telescopio sulla superficie della Luna allo scopo di svelare i misteri legati all’origine dell’universo datata circa 13,7 miliardi di anni fa.
Studiare le fasi iniziali della nascita del cosmo, quando le stelle e le galassie non si erano ancora formate, è sempre stato un obiettivo importante per gli scienziati. Ma come è possibile, si dirà, studiare un evento tanto lontano da essere addirittura incommensurabile rispetto alle nostre quotidiane e usuali misurazioni del tempo?
Secondo gli scienziati esiste un modo per “tornare indietro nel tempo”. E cioè quello di analizzare le emissioni radio a bassa frequenza originate miliardi di anni fa quasi in coincidenza con la nascita dell’universo.
Secondo la cosmologia moderna queste radiazioni rappresentano il residuo cosmico del big bang e, come avviene per lo studio degli animali estinti attraverso l’analisi dei loro resti fossili, possono essere considerate come il residuo fossilizzato dell’universo appena nato.
Fin dalla loro scoperta, avvenuta quasi casualmente nel 1964, le radiazioni cosmiche di fondo, che si diffondono uniformemente in tutto lo spazio, sono state un oggetto di studio interessantissimo per i fisici. Purtroppo le interferenze prodotte dalla ionosfera e dalle trasmissioni terrestri oscurano il loro debole segnale creando di fatto notevoli problemi alle ricerche. Ecco quindi perché gli scienziati hanno pensato di “portare la montagna da Maometto” andando a cercare le radiazioni cosmiche direttamente sulla Luna, dove le interferenze terrestri sono molto più deboli.
La prossima volta pensateci due volte prima di graziare con tanta disinvoltura una zanzara. Non sempre essere più grossi basta per stare tranquilli. Lo sanno bene i dinosauri che alla lunga hanno avuto la peggio proprio contro questi minuscoli esseri.
E’ questo, in sostanza, il succo di What Bugged the Dinosaurs? Insects, Disease and Death in the Cretaceous, un libro scritto a quattro mani dagli zoologi George e Roberta Poinar della Oregon State University, Usa e pubblicato i primi di gennaio dalla Princeton University Press.

Secondo la coppia di studiosi le prove acquisite dalla paleontologia suggeriscono fortemente che le teorie dell’impatto degli asteroidi e delle massicce eruzioni vulcaniche non sarebbero più sufficienti a spiegare da sole l’intera estinzione dei dinosauri. “Queste teorie presentano alcuni seri problemi – ha spiegato George Poinar nel suo libro – e uno di questi è rappresentato dal fatto che il declino dei dinosauri non è stato immediato, ma piuttosto un processo che si è prolungato lungamente nel tempo per centinaia di migliaia di anni, se non milioni”.
Il periodo di confine tra il Cretaceo e il Terziario, che segna la quasi definiva scomparsa dei grandi rettili dal nostro pianeta, è durato circa 65 milioni di anni. Gli eventi catastrofici comunque documentati dagli studiosi, come l’impatto degli asteroidi e la massiccia attività lavica, hanno inciso fortemente nell’immediatezza, ma non hanno potuto avere effetti prolungati per così tanto tempo.
Secondo gli autori del libro il colpo di grazia sarebbe arrivato dalla micidiale combinazione di due fattori. Il primo è legato alla comparsa di nuovi microbi e di malattie trasmissibili finora sconosciute e contro le quali i grandi rettili non avevano sviluppato difese. La seconda era invece rappresentata dalla comparsa degli insetti e dall’evoluzione di specie che fungevano da portatori delle suddette malattie.





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