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Un gruppo di ricercatori guidati da Mikki Osterloo dell’Università delle Hawaii ha scoperto e mappato le prime tracce di depositi di sale sulla superficie di Marte. La scoperta è stata possibile grazie alle immagini all’infrarosso fornite dal rilevatore termico Themis a bordo della sonda Mars Odyssey, che dal 2001 orbita attorno al pianeta rosso sulle tracce di attività vulcaniche e acqua.
Sviluppato dai ricercatori dell’Arizona State University, Themis può rilevare immagini a lunghezze d’onda multiple arrivando con l’infrarosso a un dettaglio massimo di cento metri quadrati di superficie marziana.

Nello studio pubblicato sulla rivista Science il gruppo guidato da Osterloo ha mostrato una mappatura dei depositi di sale presenti nella superficie del pianeta. Si tratta di circa 200 punti distribuiti attorno l’intero pianeta, ma soprattutto a medie e basse latitudini. Parliamo quindi dell’emisfero meridionale e degli altipiani costituiti dalla rocce più antiche del pianeta.
Secondo i ricercatori questi depositi di sale potrebbero indicare l’esistenza passata di grandi mari. «I depositi sono costituiti da aree che raggiungono dimensioni da 1 a 25 chilometri quadrati» ha spiegato Osterloo. «Ma siccome i depositi sembrano essere disconnessi uno dall’altro non pensiamo che questi possano aver avuto origine da una grande massa d’acqua» analoga a quella che si trova sulla superficie terrestre. «Molto probabilmente – ha continuato Osterloo – il sale può avere avuto origine da acque sotterranee che evaporavano dopo aver raggiunto la superficie del pianeta in particolari punti».
Da pochi giorni è online “Encyclopedia of Life” (EOL), l’enciclopedia sulla biodiversità che intende catalogare le quasi due milioni di specie viventi attualmente conosciute attraverso un processo collaborativo che vedrà lavorare gli scienziati a fianco del pubblico meno esperto ma motivato da una grande passione per tutto ciò che ha che fare con il mondo degli animali.
Presentata alla “Conferenza sulla tecnologia, l’intrattenimento e il design” (TED) tenutasi qualche giorno fa a Monterey in California, l’enciclopedia può contare attualmente su 30 mila schede. Questa prima versione del portale presenta 25 pagine esemplificative che hanno la funzione di mostrare subito al visitatore le potenzialità del sito.

A ogni specie sarà dedicata una pagina specifica che conterrà informazioni descrittive sull’animale, sulla sua ecologia, distribuzione, evoluzione e sistematica. Saranno poi presenti i link alle mappe sulla distribuzione, contenuti video e gallerie di immagini, oltre a un elenco sulla nomenclatura scientifica e i sinonimi del lessico comune in diverse lingue. Esiste poi anche un utile e immediato menu che rende molto più facile la consultazione delle categorie nella quali è classificata la specie.
Jeremy Wang e alcuni suoi colleghi del Dipartimento di biologia animale dell’Università della Pennsylvania, Usa, hanno identificato il primo gene collegato alla sterilità localizzato nel cromosoma X. TEX11, questo il nome del gene, è stato localizzato nel cromosoma sessuale X dei topi.
I ricercatori hanno ingegnerizzato alcuni animali fornendo loro una versione non funzionante del gene e hanno osservato che il TEX11 modificato comportava problemi durante la meiosi, il processo di divisione delle cellule germinali che produce i gameti (spermatozoi nei maschi e cellule uovo nelle femmine) destinati alla formazione dello zigote.

I ricercatori hanno osservato che questo gene comportava la sterilità totale nei maschi e la riduzione di fertilità nelle femmine. TEX11 è presente anche nel cromosoma X umano e, come avviene nei topi, nelle femmine è presente due volte. Anche nei topi infatti il cromosoma X è associato al cromosoma Y nei maschi, mentre nelle femmine è associato a un altro cromosoma X.
Ciò spiega perché il malfunzionamento di TEX11 provochi effetti diversi nei due sessi. I maschi possiedono solo una versione di questo gene e quindi se questo è difettoso non hanno alternative. Nelle donne invece la deficienza legata al gene modificato può essere parzialmente superata dall’analogo gene che si trova nell’altro cromosoma. Ecco perché nelle donne la malfunzione di questo gene non comporta la piena sterilità.
Il fumo uccide e questo lo si sa. Le multinazionali del tabacco non hanno potuto ignorare per molto questo fatto e sono state costrette a dichiararlo nero su bianco sugli stessi pacchetti. Ma allora perché la gente continua a fumare? Forse non sa leggere?
Fortunatamente non è questo il problema. Il punto è che ai fumatori piace terribilmente fumare la sigaretta dopo il caffè, nelle brevi pause di lavoro o alla sera dopo una giornata fitta fitta di impegni. Insomma, la sigaretta è uno dei pochi piaceri che i fumatori possono godersi in santa pace perché rilassa e fa vivere meglio. Insomma, i miei polmoni valgono davvero di più del mio benessere psicofisico? Non bisognerebbe garantire anche questo?

In effetti l’argomentazione appare sensata. Peccato però che parta da un presupposto sbagliato: il fumo non migliora il benessere psicofisico; anzi, lo peggiora! Iain Lang della Peninsula Medical School a Exeter, Inghilterra, ha indagato proprio la relazione tra fumo e benessere psicofisico e ha concluso che la sensazione di piacevolezza conseguente al consumo della sigaretta è legata esclusivamente all’appagamento della dipendenza da nicotina e non ha niente a che fare con altre forme di gratificazione.
Lang ha incrociato i dati relativi a 9176 individui facenti parte dell’English Longitudinal Study of Ageing (ELSA), uno studio inglese che ha lo scopo di monitorare la salute, la situazione economica e la qualità della vita di volontari con un’età superiore ai 50 anni.




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